Don Alberto Rinaldini

già docente di Storia e Filosofia nei Liceo Mazzini

 

Presentazione

 

 A conclusione del 50°  del Vaticano II il nostro Centro Culturale intende  dire ancora  una parola, nella speranza che a nessuno sfugga  la necessità di riprenderne in mano i documenti.

A  queste   riflessioni conciliari aggiungiamo il ricordo "critico" di alcuni  anniversari: 313 l'Editto di Milano, il bicentenario della  nascita di Wagner e Verdi, il 50° della Pacem in terris.

 

Concilio

 Rileggendo i Documenti del Concilio sorgono alcune domande. Anzitutto  che parte hanno avuto le donne nel Concilio? Sono la metà della Chiesa e Gesù nel suo viaggio in terra era seguito anche da un gruppo di donne, a cominciare dalla madre. Il tema verrà affrontato dalla prof.ssa Luminelli.

 

Un altro interrogativo  sempre è più insistente: Il Concilio ha riscoperto il ruolo del laico cristiano nella Chiesa, ma come è stato recepita questa novità? Se guardiamo ai laici impegnati in parrocchia, li vediamo più esecutori che protagonisti. Nella politica, chiusa l'esperienza della prima repubblica e il tramonto della DC, sembra che i laici cristiani siano piuttosto assenti e senza proposte correttive di una società in crisi. Parlano i vescovi, manca  la presa di posizione dei "laici". C'è il rischio che il clericalismo riporti indietro l'ora della storia. La Lumen Gentium e la Gaudium  et Spes hanno messo in luce tutta la valenza del sacerdozio comune che  ci è donato col battesimo che accomuna tutti i membri della Chiesa: papa, vescovi, sacerdoti, fedeli formano l'unico popolo di Dio nella diversità del servizio al regno di Dio.

 Nell'articolo su "La novità cristiana" del laicato a 50 anni dal Concilio" l'avvio di una risposta. Se la novità più eclatante del Concilio era il passaggio dei laici da "esecutori" a "protagonisti", potremmo dire che tale bella notizia è rimasta  scritta sui testi conciliari, nella  vita concreta la situazione è ben diversa. E molte sono le spiegazioni. Certo il ritornante clericalismo sembra la via percorsa non solo dai  tradizionalisti, ma, al di là delle parole, anche dagli innovatori. La non piena fioritura del "laico conciliare"  trova grosse responsabilità  nel laico stesso troppo spesso rinunciatario a pagare di persona quello che il Concilio ha detto di lui.

 

Particolarmente interessanti i due articoli dell'appendice: l'articolo di Raniero La Valle "La Chiesa del Concilio e Papa Francesco" e  l'articolo di  Franco Peyretti, "1962-2013 -Riapriamo il Concilio".

Secondo La Valle: "Il confronto è quasi obbligato, perché la rinunzia di Benedetto XVI e l’elezione di Francesco sono intervenute a 50 anni dal Concilio. Ora, che dopo 50 anni arrivi Francesco non è una pura casualità. Dopo cinquant’anni arriva il giubileo, e nel giubileo biblico gli schiavi sono liberati, le terre tornano a quelli che le avevano perdute, e tutto ricomincia di nuovo. Se la celebrazione dei cinquant’anni dall’inizio del Concilio fosse solo una commemorazione, sarebbe inutile e anzi dannosa perché si tratterebbe di ricordare una cosa passata mentre deve nascere una cosa nuova.

E proprio questo oggi dobbiamo vedere, se la memoria del Concilio può non essere sterile, ma può essere una memoria trasformatrice, una memoria performativa, che realizza quello che ricorda" Senti in questo  brano d'inizio la speranza suscitata dal Concilio, ma anche l'assopimento del dopo Concilio e  attesa che papa Francesco riesca a realizzare quanto è rimasto sospeso, attenuato, messo in quarantena.

La chiesa per i poveri e la Chiesa povera, l'attuazione della collegialità".  

Peyretti  elenca le luci del Concilio e sottolinea le questioni rimaste ancora aperte.

Benedetto XVI ci racconta il Concilio dal di dentro. Un testo  prezioso scritto prima di lasciare l'esercizio petrino.

 

Costantino

Nel 1700° anniversario dell'editto di Milano ci sembra utile e culturalmente intrigante  ritornare su un interrogativo:  Costantino ha dato libertà ai cristiani di professare la propria fede o è  stato lungimirante nel lasciare campo aperto al cristianesimo per motivi di politica imperiale? E potremmo continuare: fu vera devozione la sua  o semplice calcolo? Oppure, ancora, l'una  e l'altro? 

Paola  Ruminelli  coglie  la particolare sensibilità dell'uomo politico. Scrive: " Egli si è reso conto della necessità di immettere nel contesto politico forze nuove capaci di rinvigorire gli spiriti fiaccati dall’affiorare  di contrasti e differenze tra le genti di un Impero ormai troppo vasto per essere governato alla maniera degli antichi  Cesari. Della cultura tradizionale rimaneva però una preziosa eredità :quell’idea di pax deorum, per la quale la continuità dell’Impero era assicurata dal favore degli dei, a cui  in Roma sull’altare della Vittoria, all’ingresso dell’aula del Senato, i senatori , prestando  giuramento all’Imperatore, rendevano il culto".

L'intervento di Umberto Gaetini si sofferma su Costantino imperatore e credente, mettendone in luce  l'apporto "ambivalente" alle fede.  

L'apppendice  chiarisce il significato della  "svolta costantiniana". Scrive Del Covolo: "Come già Diocleziano e Galerio, e come tutti gli imperatori prima di loro, egli vedeva nella religione l’unica garanzia di prosperità dell’impero e della sua unità. Costantino però – a differenza dei suoi predecessori – si rese conto lucidamente che, per diversi motivi, la religio tradizionale non era più in grado di assolvere il suo compito, e che occorreva “sostituire” gli dei dell’Olimpo con il Deus Christianorum, senza intaccare per questo il nodo saldo che univa tra loro religione e politica. (…)

 La “svolta costantiniana” è nella realtà assai meno rivoluzionaria di quanto molto spesso si voglia credere; e si capisce anche il grave equivoco con cui la nuova religione veniva accolta e riconosciuta fra le istituzioni dell’impero.  Da Costantino, infatti, essa fu compresa anzitutto come un’etica: per lui, Gesù Cristo non era tanto il Logos, quanto piuttosto il Nomos, e la religione dei cristiani aveva essenzialmente lo scopo di propiziare, mediante un culto esatto, il favore della Divinità, senza la quale era impossibile la sopravvivenza e la prosperità dell’impero. La novità era che – mentre prima il giusto culto della divinità sembrava esigere necessariamente la repressione della religione cristiana, non integrabile nel culto tradizionale – ora invece la Divinità da cui si attendeva protezione, l’unica capace di garantire l’unità e la durata dell’impero, era quella dei cristiani".

 

Pacem in terris

50 anni dopo l'enciclica conserva tutta la sua profetica attualità: ha intercettato le esigenze profonde  dello spirito umano. Le ragione della sua risonanza e attualità è l'aver saputo additare, in un clima di paura, le ragioni della speranza e della possibilità del riscatto collettivo. Ha mostrato la bellezza  di una più nobile della convivenza e della vita pubblica.

La pace non è semplice assenza di guerra o semplice disarmo nucleare. E'   costruzione di un nuovo ordine sociale retto dalla tela di relazioni  interpersonali e internazionali  conformi alle innate esigenze  dell'essere  umano:  verità. libertà, giustizia e amore. Sono i pilastri della casa comune dei popoli.

50 anni fa di fronte all'inadeguatezza degli stati nazionali  a realizzare il bene comune universale l'enciclica propose la costituzione di poteri pubblici mondiali mediante processo democratico, in base al principio di solidarietà e di sussidiarietà.

L'articolo di Augeri presenta le varie parti dell'enciclica rilevandone la forte attualità, mentre l'appendice è un prezioso approfondimento.  

 

Wagner  e Verdi

Ci sembra giusto ricordare due grandi della musica nel loro bicentenario della nascita.

Ne fa memoria Paola Ruminelli che nel presentare i due protagonisti  sottolinea la diversità. "Lo svolgimento della produzione di Verdi  si inserisce costantemente nella tradizione italiana, che Verdi non ha mai tradito, fedele alla nostra storia musicale. Wagner, invece si propone di dare al popolo tedesco l’opera nazionale tedesca… Si orienta verso antichi miti  nazionali e cavallereschi, spesso frutto, come nell’Anello del Nibelungo, di un materiale immenso che si richiamava a leggende scandinave".

 

                                                                 Alberto  Rinaldini