La "novità cristiana" del laicato a 50 anni dal Concilio.

            di Alberto Rinaldini

 

1. Introduzione

Una delle grandi novità del Concilio Vaticano II è  il ruolo del "laico" nella Chiesa… novità nella Chiesa che si definisce  mistero, popolo di  Dio di cui fanno parte  tutti i battezzati. I padri conciliari hanno una visione di Chiesa al cui cuore sta il mistero: quello di Gesù Cristo  di cui essa  è segno e  sacramento  destinato a tutti gli uomini. Mistero dall'organicità di un corpo in cui ciascun membro  è legato a Cristo  e vive della vita di Lui.  

Se prima il posto centrale nella Chiesa era riservato al "sacerdote", nel Vaticano II è riservato al fedele, al battezzato non all'ordinato.

Il Concilio  ha dedicato ai laici due testi specifici: il cap. IV della Lumen Gentium e il decreto sull'apostolato dei laici, Apostolicam actuositatem. Ma numerosi altri testi  trattano della vocazione dei laici e il loro apporto alla vita e missione della Chiesa. In particolare la Gaudium et Spes descrive i vari campi della testimonianza dei laici.

L'esortazione  Apostolica  Chrisitfideles Laici di Giovanni Paolo II, 25 anni dopo il Concilio, riprende in modo organico il tema dei laici alla luce delle linee conciliari.

Se il Concilio segna il passaggio da una concezione gerarchica e piramidale della Chiesa ad  una visone ecclesiale di comunione,  il fedele  laico passa dalla   condizione di passività a quella di   protagonista. La  nuova luce sul "Laico"  evidenzia  la pari dignità fra tutti  membri del popolo di Dio: Papa,vescovi, preti, religiosi e laici cristiani… con ruoli diversi, ma convergenti.

Il riconoscimento della  natura ecclesiale del laicato avrebbe dovuto farlo uscire dallo stato di minorità in cui si trovava.  

 

2. Dopo 50 anni a che punto siamo?

Se si accostano i testi conciliari alla vita quotidiana  della Chiesa, la vita oscura la visione del Concilio. Scrive Paola Bignardi dal 1999 al 2005 presidente dell'Azione Cattolica: "Guardando alla realtà dei laici che sono impegnati  nella vita delle comunità parrocchiali e nelle strutture  della pastorale, non si può non notare il crescere di un disagio, che si manifesta in diverse forme. (…) Su tutto mi pare di notare  che prevalga un senso di rassegnazione. Lo stile del servizio di molti laici risulta mortificato e compromesso. La qualità della presenza laicale  è collaborativa, ma esecutiva, tranquilla, ma spenta.La partecipazione sostituisce la corresponsabilità; l'operatività, il servizio; il quieto vivere, la comunione. E questo, che per molti costituisce motivo di sofferenza, da altri viene accettata senza troppe domande  e contribuisce ad allargare lo spazio di quel laicato la cui mentalità è omologata a un sentire ecclesiale chiuso  e un po' ripiegato. Il disagio dei laici nasce  dal riconoscimento che la propria presenza nella comunità viene  desiderata  in quanto necessaria a mandare avanti le attività, ma sopportata  e messa in discussione quando diventa  l'offerta di un punto di vista diverso sulla realtà. La presenza di un laico che si pone con inquietudine domande sulle forme della missione della Chiesa  viene guardato con diffidenza  - e non solo dai preti -, non serve ad aprire nuovi spazi di dialogo, di interpretazione, di comunicazione con la realtà. Il disagio in genere non si esprime in forme polemiche, conflittuali, o rivendicative, ma in quelle più pericolose  della rinuncia". (1)  

Che dire poi della moltitudine di laici che non sono direttamente impegnati nella vita delle comunità? Sono la grande massa. Per questi il rischio della rassegnazione o indifferenza è forte: nella vita sono come gli altri… 

Mons Tonino Bello, nel 1985, nel suo progetto pastorale  per la diocesi di Molfetta, Insieme  alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi, scriveva: "Una delle mete più ambite che come Chiesa  dobbiamo  raggiungere  in questi prossimi anni è il recupero del concetto di laicità inteso come dono cioè come vocazione . Laicità è la dimensione  di chi, mediante il battesimo è chiamato a fare parte del popolo di Dio, il cui compito è quello di annunciare che Gesù, morto e risorto, è il Signore,(…) Il laico  non è un "non prete", non è il braccio secolare , né la longa manus, né l'appendice  del clero, quello della laicità è un concetto da studiare bene per tirarlo fuori dalle secche  dell'atrofia missionaria. Fa paura a vedere, talvolta,  nelle nostre comunità l'irrilevanza di questa coscienza  laicale… Anche quando si parla di promozione del laicato, si pensa, spesso, a un laicato che in un certo senso si clericalizza (…) Le nostre Chiese, occorre ammetterlo,  sono ancora clericali. E  nostri laici, bisogna dire pure questo, nelle loro rivendicazioni  non chiedono gli spazi giusti. Pretendono aree di clero  di  bassa forza . Tutto questo è pericoloso: blocca la crescita e atrofizza  i carismi. I laici che si clericalizzano non sono meno innocui dei chierici che si laicizzano"(2)     

Prima di Mons Tonino Bello il vescovo di Lecce, Mons Michele Mincuzzi, nell'omelia per la Messa crismale del 1981 dal titolo "Servi di tutti schiavi di nessuno" era intervenuto sul  tema in modo ancora più esplicito: "Miei cari laici, uomini e donne,  anziani e giovani,  associati e sciolti da impegni organizzativi, laici di ogni estrazione sociale, culturale, economica, politica, vi dico con assoluta lealtà  dinnanzi a Dio, in faciem Eccelsiae, con la Parola di Dio e il testo veneratissimo del Concilio Vaticano II nelle mie mani e soprattutto nel mio cuore ; vi dico nella mia responsabilità di vescovo: è tempo che il tanto ingiustificato clericalismo e pur tuttavia duro a morire  incominci a vedere una  più chiara inversione di tendenza. (…) Capisco, non si possono cambiare mentalità secolari e per giunta di comodo con 15 anni di vita  liturgica e di catechesi conciliare(…) E' giusto d'altra parte  riconoscere  che noi vescovi, o sacerdoti e religiosi abbiamo  giocato in superficie con le cosiddette novità conciliari e ci siamo lasciati prendere  dalla paura del peggio, non nascondendo una certa  disistima del laico, perché impreparato, incostante. Ora è il tempo di riprendere  sul serio la realtà sacramentale del laico e quindi la sua eccelsa dignità, la sua inalienabile  e intoccabile libertà, la sua tremenda e, oggi, storica responsabilità pastorale".

Successivamente, tornando sul tema,  il vescovo di Lecce  traccia il quadro dei danni evangelici del clericalismo  e i suoi disastrosi risvolti pastorali.

"Non è un fatto sociale , di comportamento, ma è un'inconscia pseudoteologia (per non dire di più) quella che pone gli uomini  prima della Chiesa.  Un' ecclesiologia sbagliata  porta ad  un'altrettanto visione sbagliata. So e sappiamo che il clericalismo è di sua natura accentratore, monopolizzatore, piramidale. Il clericalismo è (e ci dispiace quando ce lo dicono) potere: e come ogni potere  ha paura  ed è portato a quantificare. La paura, che è l'opposto della fede, porta alla diffidenza, alla disistima, alla solitudine; porta a confidare nei mezzi terreni, nell'astuzia, nell'organizzazione,  nelle alleanze compromettenti. Il clericalismo è tendenzialmente  conservatore, cioè antistorico, antibiblico: perché la novità della Parola porta a  una visione  della storia  che non è chiudersi nel ciclo, ma  rompere il ciclo per andare  avanti verso  i tempi ultimi, i cieli e la terra nuovi.  Il peggio si verifica  quando contagiamo i laici  con il nostro clericalismo. Il clericalismo è pieno di saccenteria, è individualismo, è parrocchialimso come difesa del feudo, è temporalismo, è (scusatemi se lo dico: sono in definitiva prete anch'io)  una figura anacronistica , regressiva, che si presta alla caricatura. E' spiegabile la difficoltà della nascita delle strutture   collegiali, partecipative. E' spiegabile la difficoltà della pastorale giovanile  e degli uomini adulti.  Ci sopportano  le donne  (fino a quando?)  e i fanciulli. Dalla preadolescenza  in poi  il nostro stile  clericale (ben altra cosa dallo stile evangelico) provoca rigetto e sopportazione. Ci fanno l'occhio di triglia  i politici, perché fiutano l'integralismo comodo a loro come ai clerici". (3) 

Tornando all'omelia della Messa crismale del  vescovo Mincuzzi troviamo  una chiara indicazione pastorale: "Ieri come oggi  sono profondamente convinto che la Chiesa del secondo millennio  e ancor più quella del terzo millennio non opererà la svolta verso la quale la storia, le vicende umane e le spinte interne la spronano  con alte grida  e con segni inequivocabili, se i laici  non saranno formati  e con coraggio mandati  dentro la Chiesa per il mondo  con rispetto della loro autonomia  nella comunione".

 

Indicazioni rimaste "sentieri interrotti"? Forse sì, ma possiamo tentare di ripercorrerli andando oltre: dalle parole alla vita. La speranza trova conforto nella Nota Pastorale  della CEI dopo il convegno ecclesiale di Verona del 2006: " Durante il Convegno  tre parole  sono risuonate  come triade indivisibile: comunione, corresponsabilità, collaborazione. (…) Tra pastori e laici esiste un legame profondo , per cui  in un'ottica  autenticamente cristiana è possibile  solo crescere  o cadere insieme. (…) Per questo diventa essenziale  "accelerare l'ora dei laici, rilanciandone  l'impegno  ecclesiale e secolare"(...) Un ruolo  specifico  spetta agli sposi  cristiani, (…) Occorre pertanto creare  nelle comunità cristiane  luoghi  in cui i laici possono prendere la parola, comunicare la loro esperienza di vita , le loro domande, le loro scoperte  sull'essere cristiani nel mondo." (…)

 "Gli organismi di partecipazione ecclesiale  e anzitutto i consigli pastorali  -diocesani e parrocchiali - non stanno vivendo una stagione felice. La consapevolezza del valore della corresponsabilità ci impone però di ravvivarli, elaborando anche  modalità originali di uno stile ecclesiale di maturazione del consenso  e di assunzione di responsabilità".

Riconosciamo in questi interventi la voce del Concilio, ma il passaggio nella vita della Chiesa è arduo.

Mettiamoci in ascolto della novità conciliare rispetto ai Laici.

 

3. Chi sono i laici?

La parola "laico" è parola polisemica. Si parla di pensiero laico per intendere un pensiero che prescinde dalla religione. Si usa la parola  laicismo quando si nega la religione. Il termine "Laico" viene  usato per  indicare  il non credente. Ma si usa la parola laico anche quando si parla di un religioso non sacerdote o   per indicare una persona credente non appartenente alla vita consacrata né all'ordine sacerdotale. Oggi infine  "laico" è l'aggettivo che qualifica anche lo Stato, almeno in Occidente: la  "laicità"  quale garanzia perché uno Stato possa essere  la casa comune di tutti.

Il termine "laico  nella Chiesa" è chiarito nel capitolo IV della Lumen Gentium,  la magna carta del  "laico nella Chiesa", una delle novità più eclatanti del Concilio. Il termine risulta ben definito e chiaro con il suo  "contenuto" …

 

Il Santo Concilio, dopo aver illustrati gli uffici della Gerarchia, con piacere rivolge il pensiero allo stato di quei fedeli, che si chiamano laici. Sebbene quanto fu detto del Popolo di Dio, sia ugualmente  diretto ai laici, ai religiosi e al clero, ai laici tuttavia, sia  uomini che donne per la loro condizione e missione, appartengono in particolare alcune cose, i fondamenti  delle quali, a motivo delle speciali circostanze del nostro tempo, devono essere  più accuratamente ponderati. I Sacri Ministri, infatti, sanno  di non essere  stati istituiti da Cristo  per assumersi da soli  il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso  ufficio  è di pascere  i fedeli e di riconoscere  i loro ministeri e carismi , in modo che tutti concordemente  cooperino, nella loro  misura, al bene comune.   ( Lume Gentium  n, 30).

Il numero 31 poi:

 Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che dopo  essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, nella  loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte  compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione  propria  di tutto il popolo cristiano. L'indole secolare è propria  e peculiare  dei laici. Infatti, i membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano attendere  a cose secolari, anche esercitando una professione  secolare, tuttavia  per la loro speciale vocazione  sono destinati  principalmente  propriamente  al sacro ministero, mentre i religiosi  col loro stato testimoniano in modo  splendido e singolare che il mondo  non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e orinandole secondo Dio. Vivono nel secolo , cioè implicati in tutti  e singoli doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare sociale, di cui la loro esistenza  è come intessuta . Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo  di fermento, alla santificazione del mondo  mediante  l'esercizio del proprio ufficio  e sotto la guida  dello spirito evangelico,  e in  questo modo, a manifestare  Cristo agli altri, principalmente  con la testimonianza della loro stessa vita, e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro  quindi particolarmente  spetta  di illuminare  e ordinare  tutte le cose  temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che  sempre  siano fatte  secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore.

Il concilio  chiarisce dunque  chi sono i laici all'interno della Chiesa e  il loro  ruolo essenziale  distinto  da quello dei fedeli ordinati (vescovi, sacerdoti diaconi) o consacrati (i religiosi).  Non  una risposta solo terminologica,  ma anche  il "nuovo" contenuto. In massima sintesi: stessa dignità dal battesimo per cui si è popolo di Dio senza alcuna graduatoria, stessa missione nella costruzione del Regno di Dio,  diversi i ruoli in reciproco servizio. Se togliessimo i laici -  partecipi del sacerdozio comune, della regalità e profezia di Cristo - la  Chiesa sarebbe solo la Gerarchia e i religiosi. Si intende allora "il disagio" di cui soffrono i laici profondamente  coinvolti  e per la prima volta  nell'esperienza che la Chiesa ha di sé. Un disagio che nasce dalla coscienza di "essere", ma  di non poter agire… 

Nella stessa Costituzione Lumen Gentium leggiamo:

L'apostolato de laici è quindi partecipazione alla stessa salvifica  missione della Chiesa, e a questo apostolato  sono tutti destinati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della confermazione.  Dai sacramenti  poi, e specialmente dall'Eucaristia viene comunicata  e alimentata  quella carità verso Dio e gli uomini che è l'anima di tutto l'apostolato. Ma  i laici sono soprattutto chiamati a  rendere  presente e operosa  la Chiesa  in quei luoghi  e in quelle circostanze  in cui essa non  può diventare sale della terra se non per la loro missione. Così ogni laico, per ragione degli stessi doni  ricevuti, è testimonio e insieme  vivo strumento della stesa missione della Chiesa e secondo "secondo la misura  con cui Cristo gli ha dato il suo dono (…) 

Grava su tutti i laici il glorioso peso di lavorare, perché  il divino disegno di salvezza  raggiunga ogni giorno più tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutta la terra. Sia perciò, loro aperta  qualunque  via affinché, secondo le loro forze e le necessità dei tempi, anch'essi attivamente  partecipino all'opera  salvifica della Chiesa".(n.33)

Il n.34 recita: "Il sommo ed eterno Sacerdote Gesù Cristo, volendo anche attraverso i laici continuare la sua testimonianza  e il suo ministero, li vivifica con suo Spirito e incessantemente  li spinge ad ogni opera buona e perfetta.

Ad essi infatti, che intimamente congiunge alla sua vita e alla sua missione, concede  anche parte  del suo ufficio sacerdotale per esercitare un culto spirituale, affinché  sia glorificato Dio  e gli uomini siano salvati".

Il n.35 aggiunge: " Cristo, il grande profeta, il quale  e con la testimonianza  della vita  e con la virtù della parola, ha proclamato il regno del Padre, adempie il suo ufficio profetico fino ala piena manifestazione  della gloria, non solo per mezzo della gerarchia, la quale insegna  in nome  e con la potestà di Lui, ma anche  per mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni e forma  nel senso della fede e della parola, perché la forza del Vangelo risplenda  nella vita quotidiana, familiare  e sociale. (…) Questa evangelizzazione  o annunzio di Cristo fatto con la testimonianza  della vita  e con la parola, acquista  una certa nota specifica e una particolare efficacia , dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo.

In questo ufficio  appare di grande  valore  quello stato di vita  che è santificato da uno speciale sacramento: la vita matrimoniale  e familiare. Ivi si ha un esercizio e una eccellente scuola di apostolato  dei laici, dove la religione cristiana  permea tutto il tenore di vita  e ogni giorno più la trasforma".

Dai testi conciliari - così chiari ed eloquenti - possiamo ricavare un principio fondamentale: l'uguaglianza sostanziale dei fedeli nella Chiesa, il loro diretto rapporto con Dio e l'unica mediazione di Cristo, anche se il "sacerdozio comune" implica  il "servizio" dei vescovi e sacerdoti.  Tale principio provoca all'interno della Chiesa il problema  di qualificare  i rapporti tra i membri. Non è un'operazione di potere, ma un'esperienza di comunione che ha la sua massima esperienza nell'Eucaristia.

 

4.  Rapporto  tra la gerarchia e laici.

Sacerdozio e laicato cristiano non  vengono distinti fra loro come nel passato ma collocati innanzitutto su un piano di unità "nel comune sacerdozio"derivante dal battesimo. 

La Lumen Gentium  dichiara che i laici hanno diritto di ricevere " i beni spirituali della Chiesa , soprattutto della parola  di  Dio  e dei sacramenti". Hanno la facoltà, anzi talora il dovere "Secondo la scienza, competenza e prestigio di cui godono di fare conoscere il loro parere su cose  concernenti  il bene della Chiesa".

I Laici  "abbraccino con  cristiana obbedienza ciò che i Pastori, quali rappresentanti di Cristo,  stabiliscono come maestri e rettori nella Chiesa". I Pastori "riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si giovino volentieri del loro prudente  consiglio con fiducia affidino loro  degli uffici   in servizio della Chiesa e lascino loro libertà  e campo di agire , anzi li incoraggino  perché intraprendano delle  opere   anche di propria iniziativa. (….) Con rispetto  poi riconosceranno  i Pastori quella giusta  libertà, che a tutti compete nella città terrestre."(n.37)

Nello stesso numero, si  parla anche  di rapporti familiari tra laici e pastori.  Resta tuttavia difficile capire  quale responsabilità acquistino i laici in quest'ora della  Chiesa  e quanto sia urgente che gli altri membri della Chiesa sappiano dare a loro lo spazio vitale  per la nascita della "spiritualità laicale", che deve essere  il "sale della terra" e "la luce del mondo".

                                              

5. L'indole  secolare propria del fedele laico.

La Chiesa popolo di Dio vive  nella storia degli uomini e nel medesimo tempo è al fuori del tempo, vive  e opera in terra e ha il cuore in Dio. La dimensione secolare è condizione comune della Chiesa fatta di uomini. Ma all'interno della dimensione secolare si deve parlare di una secolarità propria ed esclusiva dei laici, come nella dimensione spirituale  comune all'intera Chiesa esistono ruoli specifici ed esclusivi della gerarchia e della vita consacrata.

Qui trattiamo la dimensione secolare propria dei laici. Il n. 43 della  Lumen Gentium  recita: "Ai laici spettano propriamente , anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispettano le leggi proprie  di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistarsi una vera perizia in quei campi.(…) Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di iscrivere  la legge divina nella vita della città terrena".

Il Decreto "Apostolicam Actuositatem"  sottolinea il dovere e il diritto dei laici all'apostolato dalla loro stessa unione  con Cristo Capo (n.3). Ma chiarisce anche  il proprium dei laici: "Ai laici  tocca assumere  la instaurazione dell'ordine temporale come compito proprio e, in esso, guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa  e mossi dalla carità cristiana, operare direttamente  e in modo concreto; come cittadini cooperare con gli altri  cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria  responsabilità; cercare dappertutto  e in ogni cosa la giustizia  del Regno di Dio"(n.7). Più avanti ricorda ai vescovi che se il diritto dovere  di esercitare l'apostolato è comune a tutti i fedeli sia chierici che laici, " i laici hanno compiti propri  nelle edificazione della Chiesa" (n.25).

Nel medesimo decreto si legge: " nell'uno e nell'altro  ordine il laico,  che  è simultaneamente fedele e cittadino, deve continuamente  farsi guidare  dalla sua unica coscienza cristiana"(A.A. 5)

 

6. Il cammino del post concilio

Recentemente i vescovi italiani hanno dichiarato: " C'è bisogno di una nuova primavera  del laicato, che possa  letteralmente rianimare, in forme significative e comunicabili, tutti gli ambiti  di vita in cui  un fedele laico può essere apostolo: nell'evangelizzazione e santificazione, nell'animazione  cristiana della società , nell'opera caritativa, nell'azione pastorale della Chiesa, così come nella famiglia e nella vita pubblica; in forme individuali e associate; delineando  un nuovo stile di vita segnato dalla conversione dell'intelligenza e degli affetti, in cui l'intera rete delle relazioni  con se stesso, con gli altri, e col creato, sia abitata dal soffio dello Spirito"(4)   Senti la voce del Concilio non ancora attuato! Ma in queste parole dicono anche altro. L'auspicio di una nuova primavera sottende che va superato il periodo invernale che ha gelato la recezione del Concilio Vaticano II. Seguiamo l'indicazione di Fulvio De Giorni. Il decennio 1975-1985 vede  l'attuazione del Concilio  giungere ai punti più alti e significativi anche per le circostanze esterne. A livello mondiale la guerra fredda consente alla Chiesa di condannare il collettivismo sovietico e il liberismo capitalistico, rilanciando il personalismo solidaristico. In Italia il sistema dei  partiti bloccato degenera  in forme  sempre più marcate di partitocrazia, di commistioni tra politica  e affari, e  permette alla Chiesa di staccarsi sempre più dalla Democrazia cristiana - scompariva l'insistenza sull'unità politica dei cattolici - e di riproporsi come coscienza critica del Paese reale.

Nel periodo successivo al crollo del comunismo nell'89 cambia il quadro politico mondiale: dominio  incontrastato delle politiche liberiste e della logica di mercato. Per la Chiesa era più difficile la posizione critica  al di sopra delle parti: Il bipolarismo degli anni '90  vedeva i cattolici divisi tra i due schieramenti.   "Si è così allentato progressivamente  il legame tra partecipazione  comunitaria  e senso della partecipazione  comunitaria: la responsabilità pastorale  è stata  riconcentrata nel  vertice, deprimendo però forme e senso  della partecipazione  comunitaria richiesta sì come consenso pubblico, ma spesso ridotta  alla piazza con grandi raduni e neotrionfalistici cortei". Si è riclericalizata la comunità, ridando più potere al prete. 

I  processi sono stati analoghi a quelli  sul piano soci-politico. Osserva Franco Riva in Partecipazione e  responsabilità: "Al di fuori della democrazia si può trovare  molta partecipazione, ma senza  che la responsabilità sia condivisa. Al di fuori della democrazia, ancora, si può  trovare  molta responsabilità, ma  concentrata  e pretesa da pochi o da uno solo, e quindi senza partecipazione. (…) Quando prevale un partecipare che mette tra parentesi la responsabilità, allora la partecipazione  è ridotta ai modi dell'assenso e dell'applauso, della dimostrazione di forza, delle marce trionfali, e diventa  episodica, strumentale, e perfino anonima" (5)

Questa tendenza - commenta De Giorni -  "ha comportato di fatto una selezione  del laicato, nel senso del progressivo emergere di un laicato clericalizzato, uniformato, esecutore; nel contempo ciò ha implicato una laicizizzazione del clero, sempre più impegnato direttamente in questioni socio-politiche, suscitando  peraltro contrapposte reazioni di tipo laicistico".(6)   Calava l'inverno  sulle dinamiche della promozione di un laicato  corresponsabile volute dal Concilio.

Nel terzo millennio - continua il citato autore - lo scenario mondiale si modifica ancora. Le guerre e i terrorismi con richiami a motivazioni religiose hanno dato spazio autonomo alla Chiesa cattolica nel "segno alternativo della pace e del dialogo interreligioso". Le trasformazioni indotte  dalla globalizzazione, in Italia e in molti altri Paesi europei, reclamano una nuova visione della laicità non più laicista. Si profilano dunque occasioni nuove per la Chiesa del Concilio. La grande preghiera per il perdono richiesto nel 2000 da parte di Giovanni Paolo II riprende lo stile conciliare, umile e dialogane. (7)   Siamo alla "primavera del laicato"di cui  parlano i vescovi? Penso di sì, ma se il compito è chiaro, tutt'altra cosa la è la  preparazione dei laici in grado di essere luce   e sale dell'umanità.

 

Conclusioni

1. Il profilo del laico nel Concilio.

Abbiamo parlato di laici cristiani che sono la stramaggioranza della Chiesa  di Gesù Cristo. Di fatto la galassia cattolica  tocca il miliardo di laici. La svolta conciliare ne ha coinvolto una minoranza, la maggioranza  galleggia sull'onda dei pochi, ma senza una coscienza e formazione adeguata. E' per questa parte  che occorre  una nuova evangelizzazione… possibile, in gran parte, dal laico così come lo vede il Concilio.

" E' il laico - scrive Paola Bignardi - che vive  la sua doppia  appartenenza  alla città dell'uomo e alla città di Dio, che sta nella Chiesa  in modo adulto con una coscienza  libera  e matura, né dipendente dai pastori né in contrapposizioni con essi: che vive il suo impegno secolare come un modo significativo e necessario per adempiere  alla missione della Chiesa. L'esperienza  che egli fa della vita ordinaria  delle persone del suo tempo lo rende partecipe  di tante tensioni  e di tanti interrogativi, lo espone  a una ricerca  inquieta  circa i modi di interpretare  da cristiani la vita, ma lo coinvolge  in un'avventura  umana  intensa  e appassionante". (8)

 

 

 

 

2. rilevanza  ecclesiale dell'impegno secolare dei laici   

Molti  laici continuano a credere che la loro testimonianza di cristiani nel mondo è il loro modo di partecipare  alla missione della Chiesa, ma hanno la percezione dell'irrilevanza ecclesiale  del loro impegno  come della loro fede nella vita quotidiana della loro comunità. Viene colta  la novità della "secolarità" del laico del Concilio, ma non viene approfondita. Quasi che per la comunità cristiana avesse valore solo ciò che si opera all'interno di essa o come contributo alla sua attività pastorale. Quando la vita di famiglia, il lavoro, l'impegno in politica riducono il tempo la presenza nell'attività della parrocchia, i laici corrono il rischio di sentirsi inutili. Occorre aiutarli a dare alla vocazione laicale un valore diverso   dalla collaborazione pastorale. Si pone il problema della formazione dei laici. Se tanti anni occorre per preparare un sacerdote, forse è giunta l'ora di pensare anche ad una formazione adeguata dei laici. Ne va della vita della Chiesa stessa.

 

3. Il laico ha bisogno di  un'adeguata spiritualità.

Secondo Fulvio De Giorgi (9)   non una spiritualità del laicato sostanzialmente  ricalcata su quella dei religiosi: consigli evangelici, con voti  ma senza vita comune. E' la spiritualità  degli istituti secolari: quella di Lazzati, La Pira e il primo Dossetti . Non la spiritualità  del post Concilio degli anni '80, la spiritualità cioè dei movimenti, senza voti ma con accento posto sulla comunità fondata su un carisma che sembra non avere ulteriore slancio ad extra e ad intra.  Le nostre comunità, oggi,  hanno bisogno del radicalismo evangelico che  sgorga dallo spirito delle Beatitudini e del Discorso della Montagna. La Lumen Gentium sostiene: " Ogni laico deve essere davanti al mondo un testimone  della risurrezione  e della vita del Signore Gesù e un segno del Dio vivo. Tutti insieme e ognuno per parte sua, devono alimentare il mondo con frutti spirituali e in esso diffondere  lo spirito, da cui sono animati  quei poveri, miti e pacifici, che  il Signore  nel Vangelo proclamò  beati (Mt.5,3-99. In una parola: " ciò che  l'anima  è nel corpo, questo siano nel mondo i cristiani" (LG 38)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          

 

4.Il motore conciliare si è inceppato?

Questa quarta osservazione accoglie  quanto scrive il giornalista vaticanista  Gianfranco Svioderboschi. (10)  

50 anni fa il Concilio per il cattolicesimo fu  una potente scossa rigeneratrice. Plasmò una "nuova" Chiesa, non nel senso di una rottura  con la tradizione, col magistero precedente, ma piuttosto nel modo di pregare, di annunciare il Vangelo, nel riavvicinarsi alle altre chiese cristiane, alle altre religioni e nel riaggiustare  i rapporti col mondo contemporaneo. Nella  Lumen Gentium la  Chiesa si presentava  come "mistero", "sacramento universale di salvezza", "popolo di Dio"  "comunione", prima che come società visibile.  Chiesa non più identificata con la gerarchia,  che era richiamata alla sua funzione di "servizio" e preceduta  dal "popolo di Dio", i cui membri - papa, vescovi, preti, religiosi e laici cristiani - hanno tutti una pari dignità in forza del Battesimo. Da cui appariva evidente la natura ecclesiale del laicato. 

I pontefici che si sono succeduti nella cattedra di Pietro hanno ampliato le prospettive dischiuse dal Concilio. Lo scontro tra  tradizionalisti e progressisti è esondato dalla mediazione operata da Paolo VI. La prima fase dell'attuazione è caratterizzata dall'entusiasmo e dalla voglia di fare: la Chiesa era cambiata più nei dieci anni seguiti al Concilio che nei cento anni precedenti. Ma la Chiesa gerarchica si occupò in prevalenza dei suoi problemi, delle sue strutture. Forse occorreva definire prima ciò che stava a monte delle strutture: l'immagine di Chiesa designata dalla Lumen Gentium fondamento  dell'intera costruzione conciliare. Dopo il primo decennio,  reso più problematico  dal contesto culturale del  '68, seguì una certa delusione: l'aggiornamento conciliare rallentava e sconvolgeva lo svuotamento subito da certi documenti conciliari. Era il momento in  cui preti e  religiosi lasciarono in massa parrocchie e conventi…travolti  dal vento della contestazione.

In quegli anni il problema  non risolto della Lume Gentium spinse verso la paura di cambiare.

Il sinodo dei vescovi del 1985 fu solo consultivo mettendo in crisi la collegialità. Il nuovo Codice di diritto canonico smonta la collegialità episcopale  espropriando i vescovi della responsabilità  in ordine alla Chiesa universale e ampliò le prerogative della Curia  romana.

Proprio la carenza dell'impianto  teologico - pastorale coinvolse anche la rete delle strutture diocesane - consigli pastorali e presbiterali - che avrebbero dovuto smuovere  la vita ecclesiale delle comunità cristiane.

La novità conciliare resta nei documenti: vede i laici come protagonisti ma  pochi sono i sacerdoti che s'impegnano a fare vivere lo spirito del Concilio.

E' vero ci furono delle esagerazioni e tentativi di riforma affrettati che andavano al di fuori delle righe. E voci autorevoli si levarono a denunciare  tali esagerazioni. Ma col passar del tempo si capì che molti uomini della Chiesa facevano fatica ad accettare le riforme proposte dal Concilio.

La massa dei credenti, in parte abbandonata a se  stessa, respirò aria conciliare e tradusse, senza rendersene conto, la novità. Sorsero gruppi biblici e di preghiera e grandi movimenti come la Comunità di Sant'Egidio, Comunione e liberazione, Focolarini che fecero del Concilio il centro della loro vita ecclesiale.

A questo punto potremmo chiederci: che fine ha fatto il "popolo di Dio"? Nella Lumen Gentium  era l'architrave del Concilio… avrebbe dovuto abbattere il clericalismo nella Chiesa di Cristo… Una Chiesa segnata dalla trascendenza  e, insieme, dalla laicità; dagli aspetti istituzionali e, insieme, dai carismi, ove veniva riconosciuta ai laici una vera responsabilità nella vita e nella missione ecclesiale.

L'anno della fede potrebbero ridare  spinta a riprendere in mano i testi del Concilio per riscoprire che cos' è la Chiesa e cosa deve fare! La Chiesa - nel Concilio - è il popolo della nuova alleanza,  che ha la legge di Dio scritta  nel cuore dei fedeli.

 

5. Laici custodi della vocazione laicale  della Chiesa.

Lascio la parola conclusiva a Paola Bignardi."Quella dei laici costituisce una delle questioni irrisolte  del Concilio. Essa rende evidente  la fragilità con cui sono state accolte le scelte qualificanti del Vaticano II : quanto esse siano rimaste alla superficie  della coscienza ecclesiale diffusa; quanto poco lo spirito e il magistero conciliare abbiano scalfito il modo di pensare la Chiesa e soprattutto il suo dialogo col mondo". (…) Quale contributo possono dare i laici per superare questa questione? La loro responsabilità  in ambito ecclesiale oggi dovrebbe esprimersi prima di tutto nell'impegno a rendere presente e visibile l'amore della Chiesa per il mondo. La debolezza dei laici cristiani  nella Chiesa  di questo tempo è legata  allo scarso spessore della loro secolarità; forse causa, forse  effetto del modo debole con cui  vive la sua  stessa laicità e il suo  essere per il mondo. (…)

E' innanzitutto responsabilità di noi laici riappropriarci della nostra vocazione e fare in modo che essa sia presente nella comunità cristiana  attraverso forme  che tocca in primo luogo  a noi rendere mature. Con un'attenzione: dobbiamo  essere consapevoli che quando  si deve introdurre  un cambiamento che modifica una mentalità consolidata , questo non avviene senza costi.

La distanza che ancora oggi esiste tra la vocazione laicale descritta nei documenti e quella vissuta  indica  la fatica  di questo cambiamento di prospettiva. Perché non dovremmo essere disposti a pagare il prezzo che costa questo cambiamento? Perché non dovremmo volerlo dal momento che si tratta  della nostra  vocazione, del nostro modo personale di vivere la fedeltà al Signore e dal momento  che soprattutto  noi possiamo capire  quanto prezioso  sia il dono della laicità per tutta la comunità?

Pagare la nostra vocazione non è per noi, ma per la Chiesa che amiamo quale corpo del Risorto; è per il mondo, luogo che Dio abita misteriosamente insieme con noi; è per le donne  e gli uomini cui ci lega una fraternità originaria  e  creaturale. (…)

Credo che  molte delle questioni legate  all'attuazione del Concilio, senza  nulla togliere  alla necessità di un pensiero nuovo su di esse, passino soprattutto attraverso prassi ecclesiali e pastorali nuove, il cui nome  è conversione". (11)

 

 

Note

1).Paola Bignardi, Esiste ancora il laicato? - Ave - edizione 2012

2).Mons Tonino Bello, Diari e scritti pastorali, pp.237-239

3).Mons Michele Mincuzzi, Parola al mio popolo, Lecce  1986

4). Commissione episcopale, Fare di Cristo il cuore del mondo

5). In Franco Riva, Partecipazione e Responsabilità, pag. 20-21 -citazione di Fulvio De Giorni in Il brutto anatroccolo pag.

6). Fulvio De Giorni, Il Brutto Anatroccolo, Ed. Paoline 2008, pp 85-86

7). Ivi pag. 86-87

8). Paola Bignardi op. cit. pag. 29

9). Fulvio De Giorgi, op.cit. pag.90

10).Gian Franco Svidercoschi, Il ritorno dei chierici, EDB 2012

11). Paola Bignardi, op. cit. pag. 97-98