COSTANTINO IL GRANDE

L’IMPERATORE E IL CREDENTE

Don Umberto Gaetini

 

Flavio Valerio Aurelio Costantino, conosciuto anche come Costantino il Grande e Costantino I (lingua latinaFlavius Valerius Constantinus), fu imperatore romano dal 306 alla sua morte.  Le fonti primarie sulla vita di Costantino e sulle relative vicende da imperatore devono essere prese con le dovute cautele. La principale fonte contemporanea è costituita da Eusebio di Cesarea, autore di una Storia Ecclesiastica che non manca di esaltare la gloria di Costantino in quanto imperatore cristiano, a cui fece seguito una Vita di Costantino che ne costituisce un vera e propria agiografia. Anche Lattanzio, nel suo De mortibus persecutorum, delinea in modo netto la distinzione fra il pio Costantino e il perverso Diocleziano.

 

       1. Nascita e giovinezza

 

Costantino era figlio di Costanzo Cloro e della sua compagna Elena. Si conosce pochissimo della sua gioventù. Costantino nacque tra il 280 e il 285 a Naissus in Dacia (l’attuale Nisch nell’ex Iugoslavia). Aveva una statura imponente, in grado di terrorizzare i suoi coetanei, ed era detto Trachala per il suo largo collo. Nel 288 Costanzo era stato nominato Prefetto del Pretorio (cioè comandante militare) delle Gallie da Massimiano ed ebbe notevoli successi in questo ruolo, tanto da riuscire a sconfiggere Carausio, un usurpatore di origine franca che aveva conquistato il controllo della regione del Reno.

Grazie a questi successi nel 293, in base al sistema della Tetrarchia voluta da Diocleziano, viene nominato cesare dall'augusto di Occidente, Massimiano, di cui sposa la figliastra Teodora. Costantino viene affidato all'Augusto d'Oriente, Diocleziano. Costantino fu quindi educato a Nicomedia presso la corte dell'imperatore, sotto il quale iniziò la carriera militare: fu tribuno ordinis primi, viaggiò in Palestina e partecipò alla guerra romano/danubiana, contro i Sarmati. Fu ancora con Diocleziano in Egitto nel 296 e quindi combatté sotto Galerio, cesare d'Oriente, contro i Persiani e i Sarmati.

Il primo maggio del 305, Diocleziano abdicava a favore del proprio cesare Galerio e lo stesso faceva Massimiano, in occidente, a favore di Costanzo. Galerio nominava proprio cesare il nipote Massimino Daia, mentre Costanzo sceglieva come proprio successore Flavio Severo. Fu in questo frangente che Costantino raggiunse il padre in Britannia (alcune fonti vogliono che quella di Costantino sia stata una vera e propria fuga da Nicomedia, dove Galerio avrebbe voluto trattenerlo per garantirsi la fedeltà di Costanzo Cloro) e condusse con lui alcune campagne militari nell'isola.

 

 

      2. Costantino proclamato Augusto e inizio della guerra civile

 

Circa un anno dopo, il 25 luglio 306, Costanzo Cloro moriva nei pressi dell'attuale York e l'esercito, guidato dal generale germanico Croco (di origine alamanna), proclamava Costantino nuovo augusto d'occidente, mettendo a repentaglio il meccanismo della tetrarchia, ideato da Diocleziano proprio per porre termine all'uso ormai consolidato degli eserciti di proclamare di propria iniziativa gli imperatori.

La proclamazione di Costantino ad augusto era avvenuta secondo un principio dinastico, invece del sistema di successione per cooptazione che aveva cercato di instaurare Diocleziano. La crisi del sistema tetrarchico portò ad una lunga serie di guerre civili. Si ebbero inizialmente quattro augusti (Galerio e Massimino Daia in Oriente, Licinio in Illirico e Costantino nelle province galliche e ispaniche, mentre Massenzio, il figlio dell'antico collega di DioclezianoMassimiano, restava come usurpatore a Roma, in Italia e in Africa).Inizialmente Costantino si alleò con Massimiano, in rotta con il figlio e ansioso di recuperare un ruolo nella politica imperiale, dopo che ne aveva sposato la figlia Fausta. Scoperto però il piano di Massimiano che pensava di ucciderlo alla prima occasione, grazie alla stessa figlia, costrinse il suocero a fuggire a Marsiglia dove si tolse la vita nel 310.

Alla morte di Galerio nel 311, i tre augusti rimasti si coalizzarono contro Massenzio. Costantino, ormai sospettoso nei confronti di Massenzio, riunito un grande esercito formato anche da barbari catturati in guerra, oltre a Germani, popolazioni celtiche e provenienti dalla Britannia, mosse alla volta dell'Italia attraverso le Alpi, forte di 90.000 fanti e 8.000 cavalieri. 

 

 

3. Battaglia di Ponte Milvio (312 d. C.) e visione di Costantino

 

Lungo la strada, Costantino, lasciò intatte tutte le città che gli aprirono le porte, al contrario Massenzio assediò e distrusse quante si opposero alla sua avanzata. Egli, dopo aver battuto due volte Massenzio prima presso Torino e poi presso Verona, lo sconfisse definitivamente nella battaglia di Ponte Milvio, presso i Saxa Rubra sulla via Flaminia, alle porte di Roma, il 28 ottobre del 312. Con la morte di Massenzio, tutta l'Italia passò sotto il controllo di Costantino. Durante questa campagna sarebbe avvenuta la celebre e leggendaria apparizione della croce sovrastata dalla scritta In hoc signo vinces che avrebbe avvicinato Costantino al cristianesimo. Questo racconto è avvenuto durante il sonno; come ci racconta lo scrittore di corte Lattanzio. Egli scrive che Costantino è ammonito di far porre sugli scudi dei soldati un signum caeleste Dei, cioè un’abbreviazione di Christus, una X con una crocetta che, curvata in cima, diventa la crux monogrammatica, simile al più noto e vero monogramma o staurogramma di Cristo.

         Lo stesso evento è narrato 25 anni dopo, da Eusebio nella Vita Constantini, ma con abbondanza di dettagli: Costantino prega il Dio dei cristiani di aiutarlo, ed ecco, alla sera, tutto l’esercito vide in cielo, “al di sopra del cielo, come un segno di vittoria, una croce luminosa” con le parole “In hoc signo vinces”; la notte seguente gli appare Cristo con la croce, gli comanda di far riprodurre quel segno e di portarlo con sé; Costantino fa eseguire uno stendardo legato a una lunga asta, con al centro una corona e il monogramma di Cristo, più tardi posto anche sull’elmo; un drappo pendeva dall’asta con le immagini dell’imperatore e dei suoi figli. Quello stendardo diventerà vessillo imperiale e sarà chiamato “labaro”.  

         Anche se nella Storia Ecclesiastica non è riportata la visione della croce, Eusebio ha dato la visione del fatto che lo stesso Costantino ha potuto elaborare a distanza di anni. Al di là degli abbellimenti leggendari, il contenuto sostanziale dei racconti è il seguente: Costantino è convinto che il segno della croce gli è apparso alla vigilia della sua campagna contro Massenzio; egli lo traduce nel monogramma di Cristo e, con l’aiuto di questo, vince il suo avversario ancora legato al culto pagano; da questo momento si orienta decisamente verso il Cristianesimo.

 

               4. In hoc signo vinces -Staurogramma

 

Secondo il racconto di Eusebio, scritto subito dopo la morte dell'imperatore, Costantino I si orientò verso il monoteismo quando ancora si accingeva a venire a Roma per combattere contro Massenzio. Rivoltosi in preghiera alla divinità, poco dopo mezzogiorno fu testimone, lui e il suo esercito, di un evento celeste prodigioso, l'apparizione appunto di un incrocio di luci sopra il sole e della scritta "Εν Τουτ Νικα".

File:Staurogram.svghttp://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/1/1f/Crismon-symbol.svg/150px-Crismon-symbol.svg.pngNella notte successiva gli sarebbe apparso Cristo, ordinandogli di adottare come proprio vessillo il segno che aveva visto in cielo. Nei giorni successivi Costantino avrebbe chiamato dei sacerdoti cristiani per essere istruito su una religione, il cui contenuto gli era ancora sconosciuto. Costantino inoltre avrebbe fatto precedere le proprie truppe dal labaro imperiale con il simbolo cristiano del Chi-rho (X, P), detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP (che sono le prime due lettere greche della parola ΧΡΙΣΤΟΣ cioè "Christos") sovrapposte. Sotto queste insegne i soldati sconfissero l'avversario.

Uno staurogramma è un monogramma ottenuto sovrapponendo due lettere greche maiuscole: un tau (T) e un rho (P). Dato che il rho è scritto con un carattere più alto del tau, il simbolo risultante è una croce latina, in cui il braccio verticale superiore è dotato anche dell'occhiello del rho.

I primi staurogrammi compaiono in manoscritti dell'anno 200 come abbreviazioni delle quattro lettere "taur" inserite nella parola greca stauros, che indica la croce a cui fu appeso Gesù, o in voci del corrispondente verbo stauroo (crocifiggere). Se si accetta l'interpretazione tradizionale delle modalità di crocefissione di Cristo, uno staurogramma è anche un pittogramma della croce stessa, in cui l'occhiello della lettera rho rappresenta il capo del condannato.

 

 

 

           5. L’accordo o rescritto di Milano (313 d. C.)

 

Nel febbraio 313, Costantino e Licinio si incontrarono a Milano per consultarsi sulla situazione politica e religiosa venutasi a creare dopo la vittoria su Massenzio. In quell’occasione si celebrano le nozze di Licinio con Costanza, sorella di Costantino. Contrariamente a quanto si è spesso ritenuto, a Milano non fu emanato alcun editto. Il senso dell’accordo ci è noto attraverso due lettere di Licinio: l’una,datata da Nicomedia, l’altra destinata alla Palestina, diverse solo per alcuni particolari insignificanti.

Nel 313Massimino Daia veniva sconfitto da Licinio e si dava la morte. Entrando in Nicomedia Licinio emanò un rescritto (impropriamente detto editto di Milano dal luogo dove era stato concordato con Costantino), con cui a nome di entrambi gli augusti rimasti veniva riconosciuta anche in Oriente la libertà di culto per tutte le religioni, ponendo fine ufficialmente alle persecuzioni contro i cristiani, l'ultima delle quali, iniziata da Diocleziano tra il 303 e il 304, si era conclusa nel 311 su ordine di Galerio, prossimo a morire che mal volentieri concesse la tolleranza religiosa al cristiani.

. Nell’introduzione, i due imperatori riconoscono “che non si deve negare la libertà del culto, ma permettere a ciascuno di regolarsi nelle cose religiose secondo la sua coscienza”; questo vale esplicitamente per i cristiani. Ciò che i due imperatori andò oltre quello concesso dall’imperatore  Galerio

Il testo del decreto recita:

(LA)
« Cum feliciter tam ego [quam] Constantinus Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum convenissemus atque universa quae ad commoda et securitatem publicam pertinerent, in tractatu haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus hominibus profutura, vel in primis ordinanda esse credidimus, quibus divinitatis reverentia continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid <est> divinitatis in sede caelesti, nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere » (LattanzioDe mortibus persecutorum, capitolo XLVIII)

(IT)
« Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità. »

 


        6. Legislazione filo-cristiana

 

Nella personale e crescente adesione di Costantino al Cristianesimo rientrano anche alcune leggi che rivelano l’influsso delle recezioni evangeliche e, insieme, limitano le manifestazioni della religione pagana. Nel 315 un’ordinanza vieta di bollare in faccia i condannati ai lavori forzati o ai giochi del circo; un'altra ordinanza, diretta al vescovo di Cordoba, riconosce ai cristiani la facoltà di dare la libertà ai propri schiavi davanti a un vescovo, e al clero lo stesso diritto anche senza testimoni; un decreto consente ai vescovi di giudicare anche cause civili con piena validità; una legge libera da sanzioni i celibi e i senza figli, per rispetto verso lo stato ascetico in uso nella Chiesa primitiva.

La «legge domenicale» del marzo-luglio 321 ordina il riposo dal lavoro, per i tribunali e i lavori manuali, in omaggio al “giorno del Signore”, festeggiato dai cristiani; un decreto riconosce a chiunque il diritto di lasciare in testamento i suoi beni alla Chiesa. Altre disposizioni tengono a salvaguardare il diritto alla libertà di religione, sancito nell’accordo di Milano: i cristiani convertiti dal Giudaismo vengono protetti con una legge speciale (non così quelli che passano al paganesimo o al Giudaismo); nel maggio del 323, una legge prevede la pena di fustigazione e una forte multa per coloro che costringono i cristiani a partecipare ai sacrifici pagani; viene ribadito il privilegio di immunità per il clero; un duplice editto del 319 e 320 sull’ aruspicina (tecnica della divinazione per mezzo delle viscere di animali, propria di molte religioni antiche) stabilisce pene severe per questa pratica pagana. Insomma, la vita pubblica e sociale assume un’impronta cristiana. Oltre ai privilegi giuridici e amministrativi, Costantino mostra tutta la sua simpatia e il suo mecenatismo verso il Cristianesimo. Si moltiplicano i luoghi di culto: a Roma sorgono ben presto una quarantina di sontuose basiliche in onore dei santi apostoli e dei martiri, come san Pietro in Vaticano, san Sebastiano sulla via Appia, sant’Agnese; il palazzo del Laterano è a disposizione del Papa fin dal 314; a Gerusalemme viene edificato il complesso magnifico del Santo Sepolcro; a Costantinopoli sorgono molte chiese, fra cui quella dei Dodici Apostoli, dove Costantino si fece allestire la tomba, ritenendosi uguale a loro. Nel clima di pace, la Chiesa progredisce vistosamente: in tutte le regioni si moltiplicano le conversioni e negli ambienti più disperati; ovunque sono fondate nuove sedi episcopali; si sviluppa intensamente l’attività teologica. Diverso invece era l’agire di Licinio nei confronti dei cristiani abitanti nell’altra parte dell’impero. Licinio sottopose i cristiani d’Oriente a una crescente oppressione, limitando la libertà di culto e di predicazione, l’assistenza ai carcerati e colpendo la stessa organizzazione ecclesiastica. Senza dichiarare una vera persecuzione, Licinio fece chiudere chiese, imprigionò ed esiliò vescovi, altri ne condannò a morte. Questo atteggiamento di Licinio ampliò la rivalità, già esistente, con Costantino sul dominio di tutto l’impero.  La rivalità tra i due imperatori fu evidente quando  nel 316 ci fu un primo scontro militare, dove Costantino conquistò alcuni territori rafforzando la sua posizione. Solo nel 324 ebbe inizio la guerra e Costantino. Anche per quanto riguarda il coniare le monete dell’impero ci fu una evoluzione. Alcuni panegirici di pagani accennano ambiguamente alla vittoria di Costantino senza nominare Dio: una divinità istruisce e protegge l’imperatore, il quale, per altro, si allontana dalle usanze pagane nel suo ingresso trionfale in Campidoglio.

L’iscrizione del famoso Arco costantiniano (eretto dal Senato nel 315) attribuisce la vittoria “Instinctu divinitatis et mentis magnitudine” dell’imperatore: questa divinità può essere l’Essere supremo dei platonici o il Dio dei cristiani. La statua di Costantino nel Foro, con la croce in mano e l’iscrizione “Con tale segno salvifico ho liberato la vostra città” è probabilmente il “signum caeleste Dei” di Lattanzio nella sua forma monogrammatica. Sulle monete, l’immagine del Sol invictus appare fino al 322; poi si trovano anche emblemi cristiani, oppure la testa di Costantino con l’elmo recante il monogramma di Cristo.

(Le monete coniate da Costantino forniscono indirettamente notizie sull'atteggiamento pubblico di Costantino verso i culti religiosi. Quando ancora ricopriva il ruolo di Cesare, alcune emissioni si inserirono nel classico filone della Tetrarchia, con dediche «al Genio del Popolo Romano» ("Gen Pop Romani"), provenienti specialmente dalla zecca di Londinium (Londra). Ancora per alcuni anni dopo la battaglia di Ponte Milvio le zecche orientali (Alessandria, Antiochia, Cyzicus, Nicomedia, ecc.) continuarono a produrre monete dedicate «a Giove salvatore» (Iovi conservatori); nello stesso periodo le monete delle zecche occidentali (Arles, Londra, Lione,Augusta Treverorum, Pavia, ecc) continuarono a coniare monete dedicate «al Sole invitto compagno» e, nel caso della zecca di Pavia, anche «a Marte salvatore» (Marti Conservatori) e «a Marte Protettore della Patria» (Marti Patri Conservatori).

L'attributo «compagno» riferito al Sole, che manca in monete analoghe di precedenti imperatori, è singolare e occorre chiedersene il significato. Normalmente viene interpretato come «al compagno (di Costantino), il Sole Invitto»; indicherebbe quindi una indiretta deificazione dell'imperatore stesso. Il vero significato, però, potrebbe anche essere completamente diverso. Nell'età imperiale, infatti, la parola latina comes, oltre che «compagno» indicava un funzionario imperiale e perciò da essa è derivato il titolo nobiliare «conte». Alle orecchie dei cristiani, quindi, questa strana legenda poteva ricordare che il sole non era un dio, ma una potenza subordinata alla divinità suprema. A sua volta l'imperatore si presentava come l'autorità suprema in terra allo stesso modo come il sole lo era in cielo; autorità, però, entrambe subordinate.

Questa interpretazione è confermata dall'emissione del 316 (durante la prima guerra civile contro il pagano Licinio), la cui legenda recita: SOLI INVIC COM DN (soli invicto comiti domini), che potrebbe essere tradotto come «al sole invitto compagno del signore», ma che sembra più logico tradurre «al sole invitto, ministro del Signore».

Verso il 319 la maggior parte delle zecche sia in oriente che in occidente passarono ad emissioni laiche benaugurali, fra cui per prima quella con la legenda «Liete vittorie al principe perpetuo» (Victoriae laetae prin. perp.).

Le monete con simboli cristiani o supposti tali sono rare e costituiscono solo circa l'1% delle tipologie conosciute. La zecca di Pavia (Ticinum) coniò nel 315 un medaglione d'argento in cui il monogramma di Cristo era riprodotto sopra l'elmo piumato dell'imperatore. Solo dopo la vittoria su Licinio compare la tipologia con il labaro imperiale e il monogramma di Cristo, che trafiggono un serpente, simbolo appunto di Licinio, ,e simultaneamente scompaiono del tutto dalle monete sia le immagini del sole invitto sia la corona radiata, altro simbolo apollineo e solare.

Nel 326 appare il diadema, simbolo monarchico di derivazione ellenistica, e poco dopo il sovrano viene raffigurato con lo sguardo rivolto in alto, come nei ritratti ellenistici, a simboleggiare il contatto privilegiato tra l'imperatore e la divinità).

Di fronte al cambiamento giuridico – normativo e la nuova serie di monete coniate, giunge spontanea una riflessione a mo di domanda: ci troviamo ormai in una società cristiana?

 

 

7. La “svolta costantiniana”

 

La “svolta” che Costantino imprime, come è stato detto riferendoci alla legislazione a favore dei cristiani, è data dal mutamento dei rapporti fra Cristianesimo e l’Impero romano. Il mutamento di questo rapporto fu un evento carico di conseguenze per la storia del mondo. Vi sono due correnti di pensiero e di giudizio che variano a seconda delle ideologie degli studiosi.

Molti pensano che il comportamento della Chiesa sia stato quello di una vera defezione dall’ideale evangelico per essersi alleata con il potere nello svolgimento della sua missione storica, dando origine al cesaropapismo. Altri, invece, sottolineano gli aspetti positivi: la fine delle persecuzioni, la libertà di culto, di predicazione e di organizzazione. Tutti rilevano i pericoli e le difficoltà di trovare la giusta impostazione del rapporto tra Stato e Chiesa: è il problema delicato del sacerdotium et imperium che travagliò tutto il Medioevo fino all’età moderna.

Tertulliano aveva già scritto che era impossibile per un imperatore romano diventare cristiano: o avrebbe cessato di esercitare il suo potere sovrano, o sarebbe stato un pessimo fedele. Nel paradosso vero dell’apologeta africano c’è un fondo di vero e nessuno meglio di Costantino lo conferma. I suoi interventi nella vita ecclesiastica, la sua preponderante influenza persino in campo dottrinale (I suoi interventi nella vita ecclesiastica, la sua preponderante influenza persino in campo dottrinale (donatismo, Nicea) non migliorarono di certo la purezza della fede, né elevarono molto la vita morale cristiana.

D’altra parte egli aprì vaste possibilità all’evangelizzazione dell’impero nel campo della religiosità, della letteratura, della teologia, della disciplina, dell’arte. Come ogni vicenda umana, l’incontro storico tra Chiesa e impero non fu un qualcosa di perfetto e ambedue partner ebbero le loro responsabilità. Esso tuttavia salvò la società occidentale e conservò i valori della romanità minacciati dall’orientalismo.

La nuova società, salda e compatta nella fede, troverà la forza per superare le prove che l’attendevano. La Chiesa, accettando gli usi e i sistemi burocratici di Roma, ne approfittò per diffondere il suo messaggio e praticare più largamente la sua missione caritativa. La nuova Roma cristiana trasfigurò le doti eminenti e le illuminò di luce più umana. Il genio politico di Costantino aprì alle nuove esigenze i più vari campi di sviluppo. Per questo, la sua figura rimane ancora presente nella storia e occupa un posto di primo piano nella civiltà del mondo.

 

8. Problemi dottrinali (la fede)

 

Durante l’impero di Costantino si verificò una frattura all’interno della Chiesa a livello dottrinale. Essa fu caratterizzata dall’eresia ariana, la quale prende nome dal prete della chiesa di Alessandria di nome Ario. Egli prende posizione nei confronti del suo vescovo Alessandro in materia di teologia trinitaria. Fondendo insieme l’allegorismo platonizzante della scuola alessandrina con il razionalismo dialettico dell’aristotelismo antiocheno, propugna e divulga teorie che furono subito giudicate eterodosse. Queste idee nuove risentirono anche dell’influsso del neo-platonismo e dello gnosticismo.

 

Il nucleo dell’eresia ariana

 

         Il problema trinitario è visto in chiave cristologica e il Cristo stesso in rapporto alla creazione e alla soteriologia. Ecco le conclusioni che Ario fa proprie: ci fu un tempo in cui il Verbo non era; quindi non ha la caratteristica propria di Dio, la innascibilitas, perciò non è Dio; ha origini dal nulla come tutte le creature, pur essendo prima della reazione perché generato dal Padre per essere strumento della creazione degli altri esseri.

         Non si parla dello Spirito Santo, perché considerato come la prima creatura dopo il Figlio e subordinato a lui. Le idee di Ario trovarono reazioni del vescovo Alessandro e del suo diacono Atanasio: il clero di Alessandria e poi un Concilio provinciale di quasi cento vescovi d’Egitto e di Libia condannarono queste idee e scomunicarono il suo autore. Ario non si sottomise, anzi cercò appoggi all’estero e divulgò le sue teorie, specie attraverso il poemetto Thalia. Essendo aggravata la situazione, la questione fu demandata e risolta al Concilio di Nicea del 325, il primo ecumenico, che definì la «consustanzialità» del Figlio con il Padre: omoùsios; «Dio vero da Dio vero; generato, non creato; omoùsios con il Padre».

 

 

   9. Il Concilio di Nicea

         Il primo dei Concili ecumenici dell’antichità fu convocato dall’imperatore Costantino nel 325 allo scopo di condannare l’eresia di Ario, il prete alessandrino che negava la divinità della seconda persona della Santissima Trinità, il «Logos», come veniva detto nell’ambiente teologico di lingue e di cultura greca.

         Scominicato dal suo vescovo Alessandro, Ario trovò rifugio, appoggi e sostenitori nei meleziani e nei seguaci della dottrina subordinazioni sta di Luciano di Antiochia, fra i quali gli influenti vescovi Eusebio di Nicomedia ed Eusebio di Cesarea (lo storico ecclesiastico). In tutto l’Oriente suscitò vasti consensi, ma anche accese opposizioni, rivelando un appassionato interesse all’interno della Chiesa per le «cose di Dio». Fallito un tentativo di pacificazione da parte di Osio, vescovo di Cordoba e consigliere spirituale di Costantino, poiché altre questioni turbavano la pace (per esempio lo scisma di Melozio in Egitto e la controversia sulla data di Pasqua), l’imperatore, con il consenso di papa Silvestro I, convocò tutti i vescovi dispersi nelle regioni dell’impero. Le condizioni politiche erano mutate grazie alla vittoria su Licinio e alla riunificazione dell’Oriente con l’Occidente nel 324, così che Costantino potè mettere a disposizione dei “Padri” i mezzi di trasporto riservati agli alti funzionari dell’impero.

         Dapprima fu scelta come sede la città di Ancira (Ankara), successivamente si trasferiscono a Nicea, più vicina a Nicomedia, sede della corte imperiale. Vi parteciparono circa trecento vescovi, nella stragrande maggioranza orientali. Dall’Occidente arrivarono sette persone solamente: dall’Italia, i due presbiteri romani Vittorio e Vincenzo, in qualità di Legati di papa Silvestro I, di età avanzata, e un vescovo calabrese; dalla Spagna, il vescovo Osio di Cordoba; dall’Africa, Ceciliano di Cartagine; un vescovo della Gallia e uno dalla Pannonia. Dall’Oriente, invece, ne giunsero moltissimi dall’Egitto e dalle province ecclesiastiche suffraganee (lì era nata l’eresia); molti dalla Siria, Palestina e Bitinia (dove si teneva il Concilio); il numero discreto dalla Grecia non mancarono rappresentanti delle regioni più lontane e oltre i confini dell’impero (Armenia e Persia) e perfino il vescovo Teofilo, missionario tra i Goti. Geograficamente era presente l’intera cristianità nei suoi pastori: era anche un successo politico di Costantino.

         Non si conosce con certezza chi abbia presieduto il Concilio: forse il vescovo Osio, il primo a sottoscrivere il simbolo niceno, seguito dai Legati papali, e uomo di fiducia di Costantino.  Non è certa la partecipazione di Ario: se intervenne, lo fece in veste di imputato. Presente fu invece sant’Atanasio, come consigliere del suo vescovo Alessandro: benché semplice diacono, esercitò un influsso notevole sui lavori dell’assemblea. Del Concilio non ci sono rimasti gli atti ufficiali, ma solo la professione di fede, venti canoni e una lettera dei Padri al clero egiziano sugli argomenti e le delibere prese.

 

I lavori del Concilio

 

         I lavori ebbero inizio il 20 maggio del 325,  in una sala del palazzo imperiale di Nicea, con un discorso ufficiale di Costantino. Le discussioni sinodali furono spesso lunghe e agitate, tanto che l’imperatore dovette intervenire per raccomandare moderazione e concordia ai Padri.

         L’assemblea si divise in due parti: quello ortodosso e quello ariano. Il partito ortodosso era guidato da Alessandro di Alessandria (con Atanasio), Eustazio di Antiochia e Marcello di Ancira, con l’appoggio di Osio e dei Legati pontifici; il partito ariano era capeggiato dall’abilissimo vescovo di corte Eusebio di Nicomedia. Prendendo come base il simbolo battesimale della Chiesa di Palestina, si arrivò alla formulazione del simbolo di fede nicena che condannava in modo inequivocabile sia la dottrina di Ario, sia qualunque subordinazione del Logos al Padre. La redazione finale del «Simbolo niceno» avvenne il 19 giugno 325 con queste parole: il Figlio di Dio è della «natura del Padre», «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della identica sostanza del Padre (consustanziale omoùsios)… ». In seguito vennero  espressamente condannate le tesi di Ario, secondo cui «ci fu un tempo in cui il Figlio di Dio non era»; «egli proviene dal nulla»;  «è di una sostanza o essenza diversa da quella del Padre»; «egli è creatura mutabile».

         L’inserimento del termine omousios rappresenta una vittoria della teologia occidentale, soprattutto romana, perché in Oriente non si era ancora raggiunta la chiarezza sul suo significato. Questa incertezza terminologica e il trionfo della teologia occidentale spiegano come mai, dopo la definizione di Nicea, anche vescovi ortodossi nella fede non volessero accettare l’omousios: in questo fatto c’è già, in germe una tensione fra Oriente e Occidente.

         La confessione di fede fu dunque sottoscritta da 220 vescovi presenti e promulgata da Costantino come legge imperiale; due soli vescovi rifiutarono di firmarla; essi, come Ario, furono esiliati.

 

I due testi del Credo 

Vengono mostrate [tra quadre] le parti del simbolo niceno omesse dal successivo niceno-costantinopolitano.

In grassetto le parti assenti nel simbolo niceno e aggiunte dal successivo niceno-costantinopolitano.

La versione italiana è quella comunemente recitata nella liturgia cattolica in Italia, che è una traduzione della versione latina usata nel rito gregoriano, sostanzialmente fedele al testo greco ma pronunciato al singolare (credo) invece dell'originale plurale (crediamo).

Primo Concilio di Nicea (325): Simbolo niceno o apostolico

Primo Concilio di Constantinopoli (381):
Simbolo niceno-costantinopolitano

Testo italiano del Simbolo niceno-costantinopolitano

Πιστεύομεν ες να Θεόν
Πατέρα παντοκράτορα,
πάντων
ρατν τε και οράτων ποιητήν.

Πιστεύομεν ες να Θεόν,
Πατέρα Παντοκράτορα,
ποιητ
ν ορανο κα γς,
ρατν τε πάντων κα οράτων.

Credo in un solo Dio,
Padre onnipotente,
creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili ed invisibili.

Κα ες να κύριον ησον Χριστόν, τν υἱὸν το θεο,
γεννηθέντα
κ το Πατρς μονογεν, τουτέστιν κ τς ουσίας το Πατρός,
[θε
ν εκ θεο], φς κ φωτός,
Θε
ν ληθινν κ Θεο ληθινο,
γεννηθέντα ο
ποιηθέντα,
μοούσιον τ πατρί,
δι' ο
τ πάντα γένετο,
[τά τε
ν τ οραν κα τά ν τ γ].

Κα ες να Κύριον ησον Χριστόν,
τ
ν Υἱὸν το Θεο τν μονογεν,
τ
ν κ το Πατρς γεννηθέντα πρ πάντων τν αώνων·
φ
ς κ φωτός,
Θε
ν ληθινν κ Θεο ληθινο,
γεννηθέντα ο
ποιηθέντα,
μοούσιον τ Πατρί,
δι' ο
τ πάντα γένετο.

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre prima di tutti i secoli: [Dio da Dio],
Luce da Luce,
Dio vero da Dio vero,
generato, non creato,
della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono state create.

Tν δι' μς τος νθρώπους
κα
δι τν μετέραν σωτηρίαν
κατελθόντα
κα
σαρκωθέντα,
ενανθρωπήσαντα,

Τν δι' μς τος νθρώπους
κα
δι τν μετέραν σωτηρίαν
κατελθόντα 
κ τν ορανν
κα
σαρκωθέντα κ Πνεύματος γίου
κα
Μαρίας τς Παρθένου
κα
νανθρωπήσαντα.

Per noi uomini
e per la nostra salvezza
discese dal cielo
e per opera dello Spirito Santo
si è incarnato nel seno della Vergine Maria
e si è fatto uomo.

παθόντα,

Σταυρωθέντα τε πρ μν π Ποντίου Πιλάτου, κα παθόντα
κα
ταφέντα.

Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì
e fu sepolto.

κα ναστάντα τ τριτ μέρ,

Κα ναστάντα τ τρίτ μέρ
κατ
τς Γραφάς.

Il terzo giorno è risuscitato,
secondo le Scritture,

κα νελθόντα ες τος ορανούς,

Κα νελθόντα ες τος ορανος
κα
καθεζόμενον v δεξι το Πατρός.

è salito al cielo,
siede alla destra del Padre.

ρχόμενον
κρ
ναι ζντας κα νεκρούς.

Κα πάλιν ρχόμενον μετ δόξης
κρ
ναι ζντας κα νεκρούς,
ο
τς βασιλείας οκ σται τέλος.

E di nuovo verrà, nella gloria,
per giudicare i vivi e i morti,
e il suo regno non avrà fine.

Κα ες τ γιον Πνεμα.

Κα ες τ Πνεμα τ γιον,
τ
κύριον κα τ ζωοποιόν,
τ
κ το Πατρς κπορευόμενον,
τ
σν Πατρ συμπροσκυνούμενον κα συνδοξαζόμενον,
τ
λαλσαν δι τν προφητν.

Credo nello Spirito Santo,
che è Signore e dà la vita,
e procede dal Padre [e dal Figlio, e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato,
e ha parlato per mezzo dei profeti.

 

Ες μίαν, γίαν, Καθολικν κα ποστολικν κκλησίαν.

Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.

 

μολογομεν ν βάπτισμα ες φεσιν μαρτιν.

Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati.

 

Προσδοκομεν νάστασιν νεκρν.

Aspetto la risurrezione dei morti

 

Κα ζων το μέλλοντος αἰῶνος. μήν..

e la vita del mondo che verrà. Amen.

[Τος δ λέγοντας·
ν ποτε τε οκ ν,
κα
πρν γεννηθναι οκ ν,
κα
τι ξ οκ ντων γένετο,
ξ τέρας ποστάσεως
οσίας φάσκοντας εναι,
κτιστόν, τρεπτν λλοιωτν
τ
ν υἱὸν το θεο,
ναθεματίζει
καθολικ κκλησία.]

[Coloro poi che dicono:
"C'era (un tempo) quando (Gesù) non c'era", e: "Prima di essere generato non c'era", e che dal non essente fu generato o da un'altra persona o essenza
dicono essere
o creato, o trasformabile o mutevole il Figlio di Dio,
(costoro li) anatematizza
la Chiesa cattolica].

(non presente nel testo italiano)

 

Il testo latino del Credo (Missale Romanum, editio typica tertia, 2002):

 

Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, factórem cæli et terræ, visibílium ómnium et invisibílium. Et in unum Dóminum Iesum Christum, Fílium Dei Unigénitum, et ex Patre natum ante ómniacula. Deum de Deo, lumen de lúmine, Deum verum de Deo vero, génitum, non factum, consubstantiálem Patri: per quem ómnia facta sunt. Qui propter nos hómines et propter nostram salútem descéndit de cælis. Et incarnátus est de Spíritu Sancto ex María Vírgine, et homo factus est. Crucifíxus étiam pro nobis sub Póntio Piláto; passus et sepúltus est, et resurréxit tértia die, secúndum Scriptúras, et ascéndit in cælum, sedet ad déxteram Patris. Et íterum ventúrus est cum glória,

iudicáre vivos et mórtuos, cuius regni non erit finis. Et in Spíritum Sanctum, Dóminum et vivificántem: qui ex Patre Filióque procédit. Qui cum Patre et Fílio simul adorátur et conglorificátur:

qui locútus est per prophétas. Et unam, sanctam, cathólicam et apostólicam Ecclésiam.

Confíteor unum baptísma in remissiónem peccatórum. Et exspécto resurrectiónem mortuórum, et vitam ventúri sǽculi. Amen.