I Cristiani e la politica dell'Impero

E’ importante notare che i Cristiani dei primi secoli si trovavano perfettamente a loro agio nel contesto sociale, economico e culturale in cui si trovavano inseriti ed è un’ipotesi storicamente falsa quella che li vede come “ricercati” dalle autorità.

Lo scontro fra l’impero e i Cristiani non fu quasi mai a livello politico: i Cristiani continuarono ad affermare, persino durante le persecuzioni, il loro lealismo verso lo stato romano e a proclamarsi buoni cittadini di tale stato; l’impero a sua volta non avvertì mai nei Cristiani un pericolo per la loro sicurezza e i suoi interventi si ridussero ad essere il più delle volte il braccio secolare del fanatismo delle masse.

La lealtà dei Cristiani verso lo stato, paradossalmente, non sembra essere venuta meno neppure durante i periodi di più violenta persecuzione: già Paolo si proclamava cittadino romano con grande fierezza, consapevole dei vantaggi che tale condizione comportava e si dichiarava deciso a non ribellarsi agli aspetti meno piacevoli dell’obbedienza alla legge, affermando: “Se risulto colpevole e ho commesso qualcosa che meriti la morte, non rifiuto di subirla”.

Nessuno dei primi Cristiani, ovviamente, poteva legittimare l’atteggiamento persecutorio spesso assunto dall’impero nei loro confronti, tuttavia sono molto frequenti spontanee dichiarazioni di fedeltà verso Roma e verso l’imperatore rese dagli accusati: la presenza di accuse polemiche e ribelli contro l’autorità imperiale è anzi considerata dalla scienza agiografica come uno degli indizi più chiari per riconoscere fra gli Atti dei Martiri quelli leggendari o di tarda origine.

Il radicale rifiuto della disobbedienza civile fu particolarmente evidente in campo fiscale, cui i Cristiani si attenevano scrupolosamente, secondo il famoso precetto di rendere “a Cesare quel che è di Cesare”. In fatto di tassazione, infatti, le sole ragioni di lamentela da parte dei Cristiani erano la disonestà degli esattori e la prospettiva che i loro contributi fossero mescolati a quelli provenienti da attività moralmente riprovevoli.

Alcuni intellettuali cristiani esaltarono nelle loro speculazioni teologiche il compito provvidenziale dell’impero, perchè, venuto meno il timore di Dio con il fratricidio di Caino, era indispensabile che un’autorità terrena incutesse timore nei pagani per tenerli a freno. Rimaneva, tuttavia, il problema del rifiuto, da parte dei Cristiani, di celebrare il culto dell’imperatore, come facevano i loro concittadini pagani: questo rifiuto, infatti, fu causa della maggior parte delle persecuzioni contro i Cristiani.

Gli imperatori romani avevano usualmente tentato di allontanare da l’aura di divinità che si provava ad attribuire loro: Tiberio, ad esempio, rifiutò la proposta dei provinciali della Spagna Ulteriore di erigere un tempio a lui ed a sua madre; era penetrata, tuttavia, anche in Roma una concezione teocratica della monarchia di origine ellenistico-orientale, che si esplicitò in Caligola, Nerone e Domiziano e durante il regno di questi ultimi due imperatori si accompagnò a persecuzioni contro i Cristiani e contro gli Stoici. Con il II secolo, invece, il culto divino dell’imperatore si svuotò del suo significato religioso per venire a coincidere con una forma di lealismo verso il sovrano, favorendo il venir meno dell’opposizione degli Stoici.

In pratica, tuttavia, il problema persisteva, perchè giudici, governatori e funzionari imperiali, obbedendo allo zelo adulatorio, imponevano ai Cristiani libagioni e sacrifici - non richiesti - davanti all’immagine dell’imperatore. L’ovvio rifiuto da parte dei Cristiani assumeva il carattere di un “crimen maiestatis”. Le grandi persecuzioni del III e del IV secolo, inoltre, furono religiose e non politiche: la posizione dei Cristiani nei riguardi dell’imperatore era chiara e immutata.

Diverso era invece il problema delle cariche pubbliche che iniziò a palesarsi durante il regno di Nerone, a partire dal quale i Cristiani impegnati in politica scoprirono, loro malgrado, di essere più esposti al pericolo di essere arrestati. Per questo motivo essi continuarono a mostrare ritrosia ad assumere cariche pubbliche almeno fino al 180, cioè gli ultimi anni del regno di Marco Aurelio, quando Celso - portavoce dell’imperatore - invitò i Cristiani “ad assumere quando necessario le cariche pubbliche”.

All’interno delle comunità cristiane, inoltre, iniziava ad emergere l’eresia montanista, sostenuta dall’autorevole parere di Tertulliano, che sosteneva una linea decisamente astensionista e fortemente contraria alla partecipazione dei fedeli alla vita politica. Di queste ultime obiezioni, tuttavia, la Chiesa ortodossa non fece alcun conto, come rivela chiaramente l’atteggiamento di Filippo l’Arabo che non solo fu imperatore, ma, benché cristiano, assunse le funzioni di pontefice massimo.

Fallito, poi, il tentativo persecutorio di Valeriano, la corte e l’amministrazione imperiale furono ancora maggiormente cristianizzate grazie all’editto di Gallieno, in base al quale i Cristiani che ricoprivano cariche pubbliche venivano esentati da qualsiasi atto di culto idolatrico.