Docente di Storia e Filosofia al Lceo classico Mazzini

 

 

 

   I  CINQUANT’ANNI  DELLA  “ PACEM  IN TERRIS”-

PREMESSA

L’enciclica “ Pacem in terris”, a cinquant’anni  dalla sua uscita mantiene  tutta la sua freschezza e attualità, pur nel mutato contesto internazionale.

Infatti, se con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la fine dell’ “ Impero sovietico”  con il crollo  dei regimi socialisti dei paesi  europei centro orientali, che costituivano il “ sistema satellitare” legato all’URSS, è venuto meno quel forte contrasto politico- ideologico che aveva diviso il mondo per oltre quarant’anni, non sono cessati guerra e conflitti, anche se circoscritti a aree limitate geograficamente; alcuni di quei conflitti sono stati particolarmente sanguinosi e di inaudita ferocia e disumanità, come nei casi che cito solo a titolo di parziale esempio, di quello del Ruanda Burundi che causò oltre un milione e mezzo di vittime, o di quello balcanico. Entrambi si verificarono a metà degli anni Novanta e furono contraddistinti dalla loro natura di guerre civili, che contrapponevano popolazioni legate da vincoli profondi, ma divise da altrettanto profondi contrasti di tipo etnico, politico, religioso. Papa Giovanni XXIII, con il suo appello ai governi sovietico e statunitense perché si ritornasse alla ragione e si facesse un passo indietro, durante la crisi di Cuba (1963) (dovuta al tentativo dell’allora URSS di installare testate nuclerai puntate verso gli Stati Uniti, su basi missilistiche nell’isola di Cuba dove Fidel Castro aveva dato vita nell 1959 a un regime socialista sostenuto dall’unione sovietica) ebbe probabilmente un ruolo significativo nel superamento di quella crisi, anche se di quel intervento non c’è menzione nei libri di storia in uso ai nostri studenti. L’Enciclica poneva all’attenzione del mondo intero l’importanza di una pace basata non su regole arbitrarie fondate in modo irrazionale sui interessi particolari delle singole comunità mondiali. Scrive, infatti, Papa Giovanni nell’introduzione : “…Si ritiene di poter regolare i rapporti di convivenza tra gli esseri umani e le rispettive comunità politiche con le stesse leggi che sono proprie delle forze e degli elementi irrazionali di cui risulta l’universo; quando invece le leggi con cui vanno regolati gli accennati rapporti sono di natura diversa e vanno ricercate là dove Dio le ha scritte, cioè nella natura umana”. Così, il documento conciliare che si presenta, oltre a una breve introduzione, articolato in cinque parti, costituisce uno” sguardo” sui problemi della convivenza umana in una luce profondamente diversa da quella cui siamo avvezzi a considerarli (la logica politica o quella economica), ma riportandoli al valore trascendente dell’intervento creativo di Dio.

A partire da questa premessa vengono di seguito prese in considerazione: 1) L’ordine tra gli esseri umani-2) rapporti tra gli esseri umani e i poteri publici all’interno delle singole comunità politiche3) Rapporti tra le comunità politiche-4) Rapporti degli esseri umani e delle comunità politiche con la comunità mondiale-5)Richiami Pastorali.

 

PARTE  I    L’ordine tra gli esseri umani

La prima parte, dal paragrafo 5 al 25, si concentra sulla tematica dei diritti e dei doveri, a partire dalla considerazione che nella convivenza tra gli esseri umani occorre porre a fondamento il principio che” ogni essere umano è persona, cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera, quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura….”(par.5).Tra questi basilari è imprescindibili diritti vengono menzionati il diritto all’esistenza e a un tenore di vita dignitoso; i diritti riguardanti i valori morali e culturali. A proposito di questi ultimi vengono considerati”……la libertà di ricerca del vero, nella manifestazione del pensiero e nella sua diffusione,nel coltivare l’arte, entro i limiti consentiti dall’rdine morale e dal bene comune….il diritto di partecipare ai beni della cultura e quindi il diritto a un istruzione di base e a una formazione tecnico –professionale adeguata al grado di sviluppo della propria comunità politica” (7) … Ancora è richiamato il  diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza”, il diritto alla libertà nella scelta del proprio stato, ovvero la libertà di “ creare una famiglia in parità di diritti e di doveri fra uomo e donna, come pure il diritto di seguire la vocazione al Sacerdozio o alla vita religiosa”(9). Sul piano economico sociale il documento sottolinea il diritto alla libera iniziativa, in campo economico, il diritto al lavoro, e in proposito a questo il fatto che al lavoratore debba essere riconosciuta una retribuzione secondo” i criteri della giustizia, e quindi sufficiente a permettergli, insieme con la famiglia, un tenore di vita conforme alla dignità umana” (10). Infine, l’accento è posto sui diritti di associazione, sul diritto di emigrazione   e immigrazione e sui diritti a contenuto politico(11-12-13).

Il tema dei doveri di cui si tratta dal 14° al 25° paragrafo tocca problematiche che, sicuramente, mantengono la loro validità anche ai giorni nostri; ad esempio, a proposito della “mutua collaborazione” tra gli esseri umani, Giovanni XXIII sottolinea come, se è richiesto, per una ordinata convivenza, che ”vicendevoli diritti e doveri siano riconosciuti e attuati”, non è però sufficiente” riconoscere e rispettare in ogni essere umano il diritto ai mezzi di sussistenza: occorre pure che ci si adoperi…perché ogni essere umano disponga di mezzi di sussistenza in misura sufficiente”. Sul dovere di esercitare una “attitudine di responsabilità” la sottolineatura è posta sul fatto che la convivenza umana non può fondarsi, solo, su rapporti di forza; in questo caso, infatti, tale convivenza” non è umana”. La convivenza umana si pone, nello sguardo del Papa del concilio come”un fatto spirituale”, “ un esercizio di diritti e di adempimenti di doveri”,  un “nobile comune godimento del bello in tutte le sue legittime espressioni”,  "una permanente disposizione a effondere gli uni negli altri il meglio di se stessi”. Soffermandosi sui “ segni dei tempi, nella conclusione della prima parte l’accento è posto sull'esigenza, avvertita dai lavoratori in tutte le comunità nazionali, di “ essere considerati è trattati non come esseri privi d’intelligenza e di libertà, in balia dell’altrui arbitrio, ma sempre come soggetti o persone in tutti i settori della convivenza, e cioè in quelli della cultura e della vita pubblica” (21).

Altra esigenza particolarmente sentita riguarda il ruolo assunto dalla donna nell’epoca moderna. Infatti, si dice,” nella donna diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. (Essa) sa di non poter permettere di essere considerata e trattata come strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica”(22).

Il terzo fenomeno caratterizzante l’epoca contemporanea è rinvenuto nella profonda trasformazione intervenuta nella “famiglia umana” nei confronti di un passato recente; infatti essa non può più essere vista nell’ottica di “ popoli dominatori” è “ popoli dominati”, poiché” tutti i popoli si sono costituiti o si stanno costituendo in comunità indipendenti” (23).

 

Parte II: I rapporti tra gli esseri umani e i poteri pubblici all'interno delle singole comunità politiche.

Il testo dedica a questo tema 20 paragrafi dal 26 al 46, raggruppati sotto diversi titoli. I temi trattati sono tra l’altro quello dell’autorità, del bene comune, dei compiti dei poteri pubblici e dei diritti e doveri della persona, della struttura e funzionamento dei poteri pubblici, dell’ordinamento giuridico e della coscienza morale, della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. E’ chiaro che, a proposito dell’autorità, Giovanni XXXIII pone Dio all’origine di” un autorità che assicuri l’ordine e contribuisca a l’attuazione del bene comune. Infatti Dio ha creato gli esseri umani sociali per natura e poiché, all’interno di ogni società, per il suo sostegno  occorre che qualcuno sovrasti gli altri, muovendo ognuno con efficacia e unità di mezzi verso un fine comune”, ne segue la necessità di un autorità che regga, ma essa non diversamente dalla società” è da natura”, e per ciò stesso viene da Dio(26). Importante la sottolineatura per cui “l’autorità che si fonda solo o principalmente sulla minaccia o sul timore di pene o sulla promessa e attrattiva di premi, non muove efficacemente gli esseri umani all’attuazione del bene comune…   L’autorità è, soprattutto, forza morale; deve, quindi, in primo luogo, fare appello alla coscienza, al dovere cioè che ognuno ha di portare volonterosamente il suo contributo al bene di tutti…” ( 28 ).  Altrettanto importante, l’accento posto sul fatto che l’origine divina dell’autorità non comporta assenza di libertà da parte degli uomini di scegliere le persone investite del compito di esercitare ( tale autorità), come anche di determinare le strutture dei poteri pubblici e gli “ ambiti entro cui  e i metodi secondo i quali l’autorità va esercitata” (31).  Quest’ultimo passaggio appare, direi, come un chiaro riferimento alla positività del metodo democratico nelle scelte relative alla selezione della classe dirigente e alle modalità dell’esercizio del potere. D’altra parte, la “ scelta preferenziale”  per la democrazia che il pontificato giovanneo esprimeva in quegli anni con ferma convinzione, non significava certo uno scivolamento verso quelle forme di relativismo morale che, nel corso dei decenni successivi al secondo conflitto mondiale, fino alla svolta del XXI secolo, sono  andate affermandosi in Occidente fino alla  “ insormontabile difficoltà”, definiamola così, di riconoscere le radici cristiane del continente europeo al momento della stesura della “ Carta d’Europa” in anni recenti.

 Sul” bene comune  richiamando  l’enciclica “ Immortale Dei” ( 1885) di papa Leone XIII, si afferma che”:  ” I poteri pubblici sono tenuti a promuoverlo a vantaggio di tutti senza alcuna preferenza per alcuni cittadini o per alcuni gruppi di essi” ( 34). Come già nella sua precedente enciclica “ Mater et Magistra” ( 1961), Giovanni XXIII ripete che il bene comune consiste “ nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona”.

In relazione alla “partecipazione dei cittadini alla vita pubblica” è affermata l’esigenza degli esseri umani a prendere  parte attiva  alla vita pubblica anche se, si dice, “ le forme con cui vi partecipano sono necessariamente legate al grado di maturità umana raggiunto dalla comunità politica di cui sono membri” (44).

 

PARTE III: “ Rapporti tra le comunità politiche”

Questa sezione , compresa tra i paragrafi 47 e 67, prende avvio dalla riaffermazione  di quanto già insegnato dai predecessori  di Giovanni XXIII, ossia il fatto che “ le comunità, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri… La stessa legge morale che regola i rapporti fra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti fra le rispettive comunità politiche” ( 47). Gli uomini preparati al governo della cosa pubblica non possono essere costretti a rinunciare alla propria umanità: ciò sarebbe assurdo( 47).

 Quanto lungo sarebbe l’elenco da fare , a proposito di questa enunciazione, sulle violazioni che in questi cinquant’anni si sono verificate del principio di umanità da parte dei responsabili di governi!

I rapporti tra le comunità politiche vanno regolati “ nella verità” (49). Verità che esige prima di tutto che, in quei rapporti, venga “ eliminata ogni traccia di razzismo”; e la presenza tra esse di differenze, anche molto forti, per cultura, civiltà o sviluppo economico, “ non può mai giustificare il fatto che le une facciano valere ingiustamente la loro superiorità sulle altre”. Ancora, tali rapporti vanno regolati secondo giustizia; i contrasti che possono sorgere al loro interno non vanno superati “ con il ricorso alla forza, alla frode  o all’inganno”, ma con la reciproca comprensione, attraverso valutazioni serenamente obiettive e l’equa composizione” ( 51). Questo accento sembra molto attuale, basti pensare a recenti vicende internazionali che hanno portato all’uso della forza e della guerra, come nel caso dell’Iraq ( I e II guerra del Golfo), della Libia e ora all’eventualità ( mentre sto scrivendo queste righe), di un altro grave conflitto in Siria,  un’area oggi tanto delicata per gli interessi e gli equilibri internazionali presenti.

Molto importante appare la sottolineatura posta sull’esigenza di rendere operante la solidarietà attraverso “ le mille forme di collaborazione economica, sociale, politica, culturale, sanitaria, sportiva” tra le comunità politiche ( 54). E poi, c’è il richiamo ai “ profughi politici, che vanno visti come persone cui vanno riconosciuti tutti i diritti inerenti alle persone” ( 57 ) e all’esigenza di superare la logica di una pace basata sulla presenza di armamenti, per cui “ se una comunità produce armi atomiche, le altre  devono pure produrre armi atomiche, di potenza distruttiva pari” ( 52). Tale  paradossale situazione va sostituita da una totale inversione di tendenza, che metta al bando le armi nucleari e permetta di pervenire finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci. Infine, di grande significato è la ripresa dell’appello alla cooperazione tra le comunità politiche economicamente sviluppate e quelle in via di sviluppo economico, già formulato nell’enciclica “ Mater et Magistra”. Infatti, si dice, è necessario che le comunità in via di sviluppo “siano e si sentano le prime responsabili e le prime artefici nell’attuazione del loro sviluppo economico” ( 60).

Anche in questo caso, non è difficile evidenziare quanto è stato diverso, in questi cinquant’anni, il percorso seguito nel mondo per via della perdurante subordinazione economica delle comunità in via di sviluppo alle ex potenze coloniali europee o ai nuovi protagonisti dell’economia, in particolare  fino ad anni recenti all’unico superstite e “ vincitore” nel conflitto politico-ideologico innescato nel secondo dopoguerra tra Unione Sovietica e Stati Uniti, ossia questi ultimi.

 PARTE IV : “ Rapporti degli esseri umani e delle comunità politiche con la comunità mondiale”

Sono queste le due ultime sezioni dell’enciclica. Sulla IV parte, compresa tra i paragrafi 68 e 75, che è la più breve di tutto il documento, alcune osservazioni possono riguardare il centrale e anche questo, credo ,sempre valido riferimento alle " interdipendenze tra le comunità politiche", per cui leggiamo che " nessuna comunità politica  oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa; giacchè il grado della sua prosperità e del suo sviluppo sono pure il riflesso e una componente del grado di prosperità e dello sviluppo di tuttelealtre comunità politiche" ( 68). Sull'esigenza che i " poteri pubblici siano istituiti di comune accordo" e non imposti con la forza e abbiano come finalità la realizzazione del " bene comune universale" ( 71 ), è chiarito come ( tali poteri) " aventi autorità sul piano mondiale..... vanno istituiti di comune accordo e non imposti con la forza......devono essere in grado di operare efficacemente e la loro azione deve essere informata a sincera e effettiva imparzialità; deve  cioè essere  diretta a soddisfare le esigenze obiettive del bene comune universale". Se i poteri sovrannazionali  risulteranno, invece, imposti con la forza delle comunità politiche più potenti, c'è da temere che essi  " non siano o non divengano strumenti di interessi particolaristici...... e qualora ciò si verifichi è assai difficile che nel loro operare risultino ommuni da ogni sospetto di parzialità; il che comprometterebbe l'efficacia della loro azione" ( 72 ).

Giovanni XXIII chiarisce negli ultimi passaggi di questa sezione come " il bene comune delle singole comunità politiche, cosi come il bene comune universale non può essere determinato che avendo riguardo alla persona umana" ( 73 ). Questa particolare attenzione alla persona viene ripresa cin riferimento ai " segni dei tempi", dove richiamando l'istituzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite ( ONU ), nel 1945, e la "Dichiarazione dei diritti dell'uomo " ( 1948), sottolinea con forza come in quel documento " viene riconosciuta, nella forma più solenne, la dignità di persona a tutti gli esseri umani; e viene di conseguenza proclamato come loro fondamentale diritto quello di muoversi liberamente nella ricerca del vero, nell'attuazione del bene morale e della ; e il diritto a una vita dignitosa" ( 75 ).

La V  e conclusiva parte intitolata " richiami pastorli", articolata in quindici paragrafi,  dal 76 al 91, richiama in particolare i fedeli cattolici al loro dovere di " partecipare attivamente alla vita pubblica e contribuire all'attuazione del bene comune  della famiglia umana" ( 76 ). A proposito dei "rapporti  tra  cattolici e non cattolici in campo economico- politico",  Giovanni XXIII chiarisce come i contenuti dell'enciclica offrano ai cattolici  un vasto campo di incontri  e di intese sia con i cristiani separati dalla sede apostolica romana, sia con " esseri umani non illuminati dalla fede in Gesù, nei quali è presente e operante l'onestà naturale" ( 82 ). Il richiamo, ripreso dalla " Mater et Magistra" è al fatto  che "in tali rapporti i nostri figli siano vigilanti  per essere sempre coerenti con se stessi;per non venire mai a compromessi riguardo alla religione e alla morale. Ma nello stesso tempo siano e si mostrino animati da spirito di comprensione, disinteressati e disposti a operare lealmente nell'attuazione  di oggetti che siano di loro natura buoni o riducibili al bene". Le conclusioni dell'enciclica, pongono bene in evidenza come la costruzione di un mondo realmente pacificato  costituisca un " compito immenso", quello di ricomporre i rapporti della convivenza " nella verità, nella giustizia, nell'amore, nella libertà.....Compito nobilissimo quale è quello di attuare  la vera pace nell'ordine stabilito da Dio" ( 87). Ma l'aspirazione al consolidamento della pace nel mondo, di cui la " Pacem in Terris" si faceva interprete attraverso le parole di papa Giovanni XXIII, aspirazione condivisa  da tutti " gli uomini di buona volontà", non può giungere al suo compimento se non riconosce che, da sole, le forze umane  non sono in grado di raggiungere quell'obiettivo. Solo con lo sguardo rivolto verso Cristo, che ha riconciliato l'umanità con il Padre, la speranza della pace potrà essere mantenuta viva, perchè " Egli è la nostra pace..... venne a evangelizzare  la pace a voi, che eravate lontani, e la pace ai vicini"  ( Lettera di S.Paolo agli Efesini 3, 14-17)

                                                                               Renato   Algeri